Letture: ROBERT PLANT – una vita

Nella scorsa puntata di “Letture” abbiamo parlato di Jimmy Page, ora è il momento della sua controparte solare: Robert Plant

ROBERT PLANT – Una vita

di Paul Rees – edizioni Arcana – 2014

Traduzione di Marco Lascialfari

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Ecco una biografia di Robert Plant a cura di Paul Rees, critico musicale che ha scritto per “Sunday Times”, “Indipendent” e “Telegraph”, oltre che per riviste specializzate come “Q” e “Kerrang!”. La storia prende il via dall’infanzia, passa per l’adolescenza e scivola spedita verso gli anni degli esordi nei locali del “Black Country”, arrivando all’ingresso negli Yardbirds, evento che salvò Plant dall’abbandonare la strada della musica.

 

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Il testo presente sul retro del libro.

 

Nel libro c’è tutto, la cavalcata con i Led Zeppelin, la perdita del figlio Karac e dell’amico John Bonham, la carriera solista, le reunion e lo sguardo al futuro. Ne viene fuori il quadro di un uomo con una cultura musicale blues impressionante, molto legato al Black Country e agli amici e capace di guardare al futuro senza lasciarsi schiacciare dal suo ingombrante passato. Ciò che emerge è che Plant, rispetto a Jimmy Page, non sembra avere alcun interesse a rimanere legato al fantasma degli Zeppelin, ma è piuttosto intenzionato a esplorare nuove strade, come testimonia la sua carriera solista.

 

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Pagine interne.

 

La storia è compressa in poco più di trecento pagine, ma rende bene l’idea della personalità solare e sciabordante di quella prima donna che è Robert Plant, un personaggio di un’altra epoca che, forse più di altri, ha beneficiato dell’onda dionisiaca degli anni Sessanta e, nel bene e nel male, l’ha incanalata nella musica e in uno stile che hanno fatto la storia del Rock.

Difetti: la sensazione che a tratti può dare è quella di una biografia un po’ classica, quasi un “compito ben svolto”, istituzionale ma carente sotto il profio dell’anima.

 

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Alcune delle pagine fotografiche presenti nel libro.

 

Un appunto: ho notato un paio di approssimazioni grossolane quando, nel dipingere la scena musicale, si parla di altre band. Ad esempio al capitolo 17 l’autore, parlando della reunion dei Beatles superstiti al tempo dell’Anthology, definisce “Free as a bird” «…un brano che John Lennon non aveva terminato di incidere con loro (i Beatles NdR)», cosa assolutamente falsa, in quanto era un demo del solo Lennon, datato 1977. Oppure quando una pagina dopo scrive che «Gli Oasis furono visti come i nuovi Stones…», affermazione curiosa, visto che più che agli Stones gli Oasis sono stati principalmente paragonati ai Beatles.

 

 

 

 

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